Abbiamo tradotto una poesia coreana all'italiano Pearl e io, con l'aiuto di Manguscolo:

Il coreano è una lingua sillabica, quindi le lettere (fonetiche) si organizzano in blocchi sillabici, ognuno di cui comincia e finisce al massimo in una consonante. Ci sono sillabe di solo una consonante iniziale e una vocale, oppure di solo una vocale, rappresentate da un simbolo che sembra la lettera "o", seguito dal segno che indica la vocale.
Segnalo questo carattere sillabico del coreano perché questa poesia è strutturata sillabicamente: sette, cinque, dodici sillabe in ogni stanza con l'eccezione della seconda, dove il primo verso ne ha cinque, seguite da quattro e poi tredici nell'ultimo verso. Non a caso segue questo procedimento il poeta, che imita il ritmo della musica popolare.
La traduzione ovviamente non ritiene questo ritmo e la sintassi compatta e efficace dell'originale ovviamente si sono persi nella traduzione. Poi, per dire "quando sarai stanco di me", il poeta usa un'espressione che può essere interpretata come "quando non vorrai più vedermi" oppure come "quando non mi vorrai"...
Azalee
Quando sarai stanco di vedermi /
Nah boghiga yeok-gyoè *
eo =
u nella parola
e sarà ora di andartene, /
Gashil tte-e-neun inglese,
upset
ti lascerò andare
senza parole. /
Mar-eopshi gohi bone deuriorirà *
eu = fra
e e
u,
più o meno
Sul monte Yaksan, in Yeongbyeon, /
Yeongbeon-e Yaksan raccoglierò una bracciata /
Gìndalle kkot
di
azalee, per irrorarne il tuo cammino. /
Areum dda-da gashil ghire ppeuriorida
Nel tuo partire calpesta dolcemente, /
Gashineun gu-reum gu-reum passo dopo passo, /
No-(h)in gheu kkot-seul quei
fiori posati sulla tua strada. /
Sa-ppeun-i gheo-ryeo balbgo gashi opsoseo
Quando sarai stanco di vedermi /
Nah bòghiga yeok-gyoèe sarà ora di andartene: /
Gashil tte-e-neunanche a costo di morire, non verterò /
Giùgheodo ani nunmul heuri-oridà nemmeno una
lacrima.
Kim Sowol (1902-1934)
Commento di Pearl:
Colui che ha scritto questa poesia è un uomo, Kim Sowol. Tuttavia, l' "io" della poesia, è una donna, che si rivolge all'uomo che ama e che vuole andarsene, vuole lasciarla. Yeongbyeon è una regione coreana e quando si parlava di "yak"
, si intendevano quelle montagne dove si trovavano le erbe medicinali ("yak"
=medicine, "san"
=mountain). Il resto mi sembra molto comprensibile. Il bello di questa poesia è che lei sembra accettare la partenza dell'uomo. Ma in realtà queste parole sono una supplica. Con i fiori s'intende l'anima della ragazza. Lei quindi, gettando fiori sulla sua strada, spera che lui cambi idea, voglio dire, quale uomo calpesterebbe l'anima della sua amata? Poi si nota anche la differenza di espressioni all'inizio e alla fine "ti lascerò andare senza parole" e "anche a costo di morire, ecc
". Vedi come l'ultima frase è piena di forza. Dice "io non piangerò" come per dimostrare che sarà forte. Eppure, è sicuro che non piangerà?
Mango:Io non sapevo che l'
io ("nah") poetico sia una donna, il che rende molto interessante l'affermazione della prima stanza che lascerà andare il suo amante "senza parole". Sarebbe anche interessante sapere se il fiore che ha scelto il poeta abbia qualche significato simbolico o culturale; forse la purità, la fedeltà, oppure la castità della donna? Comunque, le parole e il significato sono radicalmente diversi: la forza etico-morale della codice culturale fa sì che la donna dica di poter accettare la partenza dell'uomo, mentre l'immagine che dipinge alla fine della lacrima che non verterà suggerisce paradossalmente l'emozione che lei non può esprimere. L'impatto risiede in questa contradizione; ma i fiori sparsi dalla donna sulla strada che prenderà l'uomo prendono il luogo delle lacrime che lei non può vertere.
E già che ci siamo: tutta la poesia si mantiene al livello ipotetico di "quando" succederà tutto questo, ma ancora, nel presente, non è successo niente. L'accumulazione di immagini nel futuro, però, ci fanno credere che la felicità è già una cosa del passato. Questa insistenza alla sofferenza futura segnala anche la fatalità della donna (senza parlare di quella della cultura coreana, che ha conosciuto invasione dopo invasione, soprattutto alla fine del Ottocento, e all'inizio del Novecento), che prova come parte della sua felicità presente l'intuizione di un'eventuale separazione. Forse per me il momento più bello (fra molti altri) è quando il poeta usa una ripetizione onomatopeica per indicare la partenza dell'uomo: "gu-reum, gu-reum", che abbiamo reso con il verso "passo dopo passo". Impossibile catturare, però, la stessa gravità (e allo stesso tempo, la semplicità) di quel passo, di quel "gu-reum gu-reum" dell'uomo che parte nell'immaginazione della donna.
Il linguaggio che usa il poeta è trasparente, e mi sono resa conto che più leggevo la poesia, più riconoscevo parole che non avevo sentito da anni!
p.s. vi lascio il link da Perlina, dove potete ascoltare
una versione musicata da Maya, giovane cantante coreana di rock.
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il 18/9/2006 alle 23:28 | |